Il Resto della Pesaresità

lunedì, 10 novembre 2008
Fine

domenico

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lunedì, 03 novembre 2008
Ultima


- Dammi retta. Ascolta: io ho un’organizzazione per questa città. Questa città era pronta e io sono stato moderato, sono stato modesto. Ho fatto quello che si doveva, pochi soldi ogni volta. Ti sembra tanto male? Darli a me, darli a noi, se vuoi. Che male c’è? Un partito è meglio? Ha meno fame di me? Riflettici. Persino questo centro è un’impresa sana, non è solo una copertura, fa del bene a chi ci viene. Con altro non mi sporco. La sai una cosa? - pausa infantile - di’, la sai?

Massimo Monsagrati

Playmate

Con Playmate, romanzo del 1988 di Massimo Monsagrati, si conclude simbolicamente l’esperienza del Resto della Pesaresità. Playmate - forse il mio preferito - è tante cose insieme: romanzo crepuscolare e insieme detective story; romanzo d’amore e morte e insieme romanzo di vecchiaia e indugio; indizio della sopravvivenza oltre la propria epoca, di un errare del vinto persino dopo la scomparsa, o la mutazione prevedibile ma non per questo onorevole, dell’avversario vincitore; manifesto estremo dell’idea negativa - ma che rivendica una verità che la giustifica - che a non accettare le imperfezioni si impongano nuove, più intellettualmente disoneste e più umanamente crudeli censure; fotografia di una Pesaro, di una provincia, di un’Italia, immersa nella new age benestante degli ultimi anni ’80 e insieme cafona nel di dentro, ibrida, come Carmine, psicoterapeuta e contadino inurbato. In Playmate c’è tutta la poetica di Monsagrati, e c’è l’ultimo stadio di una società che sta per lasciare il posto al nulla. Come sempre, grazie a Massimo, ad Andrea, a Camilo, a Editrice Flaminia. E buona lettura.

Copertina

Testo

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sabato, 11 ottobre 2008
Il nevone

zion guardians


Ogni generazione si porta, nel ricordo, un anno del nevone. Un anno eccezionale, segnato da più freddo e neve di quanto chi ascolta il racconto possa immaginare. Per i miei genitori è il nevone del '56, l'evento epocale a cui far riferimento. Io, alla faccia del riscaldamento globale, ne ricordo due. Quello del Gennaio '85 fu uno schianto. Venne giù che Dio la mandava poco prima dell'Epifania. Ma non smise. Quando riniziammo la scuola Pesaro era bianca in ogni pertugio. Al Liceo spegnemmo un paio di termosifoni apposta e poi portammo il preside a farsi un giro con il termometro del laboratorio. Quando vide che in quinta C erano quindici gradi impallidì e, con nell'animo denunce di famiglie infuriate, corse a fare una telefonata al provveditore. Non sapeva che avevamo tenuto le finestre aperte per due ore. Fu una settimana intera di scuola chiusa. Quello che non potevamo immaginare noi era di averlo aiutato a prendere la decisione giusta. Arrivò un freddo barbino, giù fino a meno dodici. La fontana di Piazza del Popolo con i getti gelati era il mio spettacolo preferito, tutti i negozi di foto vendevano immagini di una città vetrificata.. Per togliere il ghiaccio dal Piazzale delle Corriere ci volle una ruspa, altro che manciate di sale.

Ma non è questo il nevone che volevo raccontare, no. L'altro arrivò assai più subdolo verso sera, alla fine di  febbraio del 1991. Era un Mercoledì sera, me lo ricordo per certe storie di donne che sarebbe lungo raccontare (posso solo dire che il festival di Sanremo lo vinse Cocciante e da allora mi è simpatico, anche se la sua musica fa schifo, perchè la sera della finale, vabbè, lasciamo stare). Dicevo Mercoledì sera. Cioè, al pomeriggio ancora sembrava caldo, aveva piovuto. Con il buio arrivò una bora scontrosa, ma la maggior parte delle persone non se ne accorse, intabarrata dentro casa. Sulla strada si formò quasi all'istante una sottiletta di ghiaccio. Saranno state le sei o le sette quando iniziò a nevicare, d'improvviso, su tutta la costa da Rimini a Falconara. A Montecchio il cielo era ancora limpido. Sul ghiaccio la neve ci si trovò a meraviglia. Era l'ora di cena quando sul ponte della Nazionale, sotto il san Bartolo, si intraversò il primo camion fra le bestemmie dei suoi autisti. Era fatta, traffico bloccato. Sotto una tormenta di neve.

Non so chi fu il primo, i giornali poi parlarono di una donna. E non so a che ora, forse verso le dieci. Insomma, questa donnina che dalla sua casa vedeva sempre lo stesso camion, sempre con gli stessi autisti, sempre con più neve sopra, uscì di casa con un termos di camomilla calda, una cena, una coperta. Non fu la sola, altri aspettavano un segnale. Così dalle case lungo la statale tante piccole formichine uscirono per andare a cibare i camion-cicala, bloccati nel freddo, per scaldare automobilisti e camionisti intirizziti, per invitarli al caldo a fare almeno una telefonata alla moglie, niente telefonino ancora amigos. I pesaresi scontrosi, isolati, opportunisti, menefreghisti aiutavano quei perfetti sconosciuti tarantini, mestrini, vercellesi. Fu una notte strana. Al mattino il sale sulla strada aveva sciolto la favola che il vento di bora non sorreggeva più. Le strade attorno erano bianche di più di un metro di neve. I camion lentamente ripreso a muoversi, la nazionale tornò ad essere un corpo estraneo, il Carlino ci fece un titolone. Io, euforico ed innamorato, mancai un albero di viale Cesare Battisti per pochi millimetri prima di decidermi a mettere le catene. Di lì a poco il riscaldamento globale avrebbe spazzato ogni cosa.

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mercoledì, 24 settembre 2008
Passaggio a Nord-ovest

diade

Lo diceva anche quel vecchio romanzo, che si ha che poi le piogge aumentano, e dopo ogni pioggia è un po’ più fresco che prima, prima la sera, poi la mattina pure, che c’è la valle, e un giorno ti svegli che l’estate è finita. Ci si mette quel viavai di ombrelloni e lettini a trattenere l’anima alla spiaggia, ci scrutiamo in fondo agli occhi e lo sappiamo però tutti quanti, che è uno spasmo, che la prognosi è già stata sciolta. Il caldo afoso di qualche fine settimana fa ci aveva illusi, ed anche i quattro americani sull’autobus, alla volta di Gradara, eran sembrati sempreverdi come i tamerici del viale. Il Parco della Pace, invece, ha da sùbito cambiato livrèa, l’unico onèsto, l’unico baròmetro onesto su cui fare affidamento. Comincia San Nicola ed è un altro semplice singulto, un ultimo riempirsi gli occhi di abbondanza prima del freddo, come il martedì grasso che poi seguono le ceneri: perché la speranza covi sotto le gelate invernali, e non ci si lasci andare che al confòrto reciproco, nei giorni e nelle notti che arrivano. Chissà che avranno ancora da vedere qua i turisti, l’anno prossimo: ce ne avranno ancora, poi, di cose? Chissà noi pesaresi quali spazi vivremo, da qui a un anno, in quali vetrine avremo trasformato le spiagge, in quali prodotti preconfezionati sapremo illuderci del sogno del nordest, così vicino eppur così lontano, a guardarci allo specchio, a guardar le vecchie foto e l’imminente processione di San Terenzio. Vescovo martire, o soldato, quand’ero piccolo mia zia mi ci portava lei, al Duomo, a vedersi sollevare i veli del tempio, a vedersi scoprire quell’unico giorno la carcassa del patrono e quelle della sua tombale corte, fatta di beati scheletri locali ognuno col suo posto, ognuno con la sua targhetta, ognuno col suo drappo di velluto rosso.
Sono due anni che non si fa più, sono due anni che entrando in Duomo, nella cappelletta di destra, si rimane incuriositi dalle sette nicchie vuote in quella casa delle bambole color pastello. Tutti impilati uno sull’altro dietro le tende accanto all’altare, ben nascosti agli occhi pubblici, stanno i nostri santi: “sta male”. Così ben riverniciata di restauro, la cappella, era possibile tenerci dentro ancora lo spettacolo della fine? Sepolcri imbiancati. Il Parco della Pace, invece, lui sì che ancora la cambia, la livrèa: è l’unico onèsto, l’unico fottuto baròmetro onesto su cui fare affidamento, per noi pesaresi. I riti di passaggio, nella nostra città, resistono ai colpi di chi li vorrebbe morti, mero feticcio, privi di forza, e di catarsi. Bancarelle che nascondono i caduti in mare, all’apertura con la Festa del Porto, bancarelle che si estendono a fornir profitti sino al sabato, alla chiusura. Una piadineria –posso dirlo?-, a nascondere i silenzi delle antiche varietà degli Orti Giulii. Che ne è stato, della morte? Persino i manifesti del partito padrone hanno dimenticato gli operai emaciàti che rivendicano diritti, e mostrano sorridenti famiglie multietniche per un paese semplice che “si può fare”, dicono. Che ne è stato, del diritto di un popolo ad interrogarsi sul significato di sé stesso, e di sé stesso nella propria terra? Il Resto pare in dirittura di arrivo. Con l’amore provato per la sua dolce città costiera sin dai suoi primi vagìti, sembra se ne vada ora pure lui nascosto dalle bancarelle, dal frastuono delle caciàre di piazza e degli uffici reclami, e non è detto che il suo inverno saprà mai lasciare il posto a nuove estati, in futuro. Ho avuto l’onore di scriverci, e soprattutto ho avuto l’onore di crederci. Fa più rumore un albero che cade, che una foresta che cresce, e invece il Resto e la nostra storia se ne vanno nel silenzio in cui sono vissuti già ormai da tempo, senza neppure i fuochi finali che si chiudono con le tre bombe sorde, senza recriminazioni, accettando la stagione che dètta legge, e richiede a quanto pare il sacrificio. Qualcuno saprà chiedersi: che ne è stato del Resto? Qualcuno saprà chiedersi: che ne è stato dei nostri santi, degli Orti Giulii, dei mattoni delle mura? Potrà succedere? Chissà, ma dovrà essere prima che l’ennesimo aperitivo, o l’ennesima bancarella e piadineria, abbiano assorbito ogni  esperienza del nostro vivere comune.

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domenica, 14 settembre 2008
Babbo Natale

babbo natale



I giardinetti davanti all'ingresso di Rocca Costanza sono uno schifo,e per quanto provi ad andare indietro con la memoria non mi riesco a ricordare un posto di Pesaro così privo di attrattive. Forse dipende dal fatto che lì prima della guerra ci stava un fascio gigante, una specie di fallo di Mussolini diritto verso il cielo, sostituito non a caso, poi, da una bella targa con il nome di Matteotti. Il fascio aveva portato sfiga.

Quand'ero ragazzino io, tanto squallore era comprensibile. Quelli erano giardinetti davanti ad un carcere, chi volete che ci vada a giocare davanti ad un carcere? Non che mi ricordi scene strazianti di famiglie in attesa dei detenuti o cose così. Nisba. Sempre vuoti. Era vuota anche la garitta all'inizio del ponte, ci doveva stare una guardia carceraria ma chissà, probabilmente dopo un inverno gelido o un'estate grondante sudore avevano deciso di astenersi da sofferenze non impellenti. 

Il giardinetto triste si riempì un giorno che i carcerati avevano fatto una ribellione ed una decina di loro erano riusciti ad arrampicarsi sul tetto. Diventò il punto d'osservazione dei curiosi; dissero che era venuta anche una troupe del telegiornale, ma poi la sera non ci fu nessun servizio da Pesaro e la mia attesa spasmodica davanti a Frajese non fu ricompensata. La sfiga aveva colpito ancora.

Una volta però ci andai a giocare; era Febbraio, aveva fatto una nevicata straordinaria e lì, finalmente, trovai quella neve bianca immacolata che non trovavo altrove, da far scricchiolare sotto le scarpe. Per forza, non c'era passato nessuno. Il poco di bello che c'era si sciolse del tutto a metà pomeriggio.

Quando, più tardi, lo sfioravo in bici sulla strada per la scuola vedevo, alle volte, una vecchia che dava da mangiare a qualche sparuto piccione. Così, senza troppa convinzione.

L'altro giorno ci son passato. C'era un camioncino fermo, con una targa che non avevo visto mai, ed una fila di persone che aspettavano, chiacchierando. Un pacco per ciascuno. Avevano l'aria soddisfatta ed io che non avevo niente da fare mi son fermato un po' discosto, a guardarli. Una ragazza poco più giovane di me teneva per mano un bimbo parlandogli senza sosta, a voce alta. Il bimbo ascoltava attento, in attesa del suo pacco. Io non capivo una parola.

Ho aspettato, e dopo che i pacchi son finiti mi son avvicinato ai due tizi, dai jeans chiari come gli occhi, che li avevano consegnati. Da dove venite, gli ho chiesto e mi han guardato male, non sembravano proprio aver voglia di  conversazione. Non con me. Ma ho insistito con un'aria tanto ingenua, fino a farmi classificare come uno stupido innocuo; cosa che effettivamente credo di essere, ad ogni modo. Varna, Bulgaria. Fanno un viaggio alla settimana. Immagino che chi li aspetta abbia nostalgia del Mar Nero, quanta io ne ho del mio. Li saluto. Penso al bambino, alla sua attesa. Me l'immagino grande. I giardinetti di Rocca Costanza, racconterà ai suoi amici, ogni settimana un pacco, dai nonni o dagli zii. Poche cose, ma eravamo poveri, allora, però non scordavano mai di mettere qualcosa per me. Brillano gli occhi a quel ragazzo che racconta; i suoi giardinetti sono il cortile di Babbo Natale.

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lunedì, 08 settembre 2008
Resti

resti
Adesso che il tuo eroe è già morto di cosa parli, mi chiede. Ho il mal di testa abbracciato alle tempie ed il cielo color latte non aiuta. Aspetta le faccio, ancora pochi metri, in fondo abbiamo fatto questa passeggiata per parlarne. Superiamo la rotonda con la bici, lasciando il ponte per Soria alle spalle. Ecco, le dico, sforzandomi per sorridere, questa è via Cecchi. Tanto fino a che non son tornato a casa non mi passa. Quale via di Roma ti ricorda, le chiedo. Lei mi fa uno sguardo neutro. Via della Conciliazione. Sorride con la bocca piegata, come fa quando la provoco, dai, dai taglia corto, che c'entra via della Conciliazione, chiede. Sto zitto e cerco di guardare via Cecchi con i suoi occhi. Uno stradone anonimo e trafficato, negozi che sembrano sopravvissuti agli anni Settanta. Vedi, là il fascismo ha sventrato un quartiere per dare alla città un simbolo, un collegamento trionfale fra Stato e Chiesa, riparare al conflitto con il Vaticano, sancire il concordato. Qua, proseguo col tono da prof che solo lei sopporta, ha spianato la maruga per avvicinare la città vecchia al porto che le era lontano, per farci tutti più avventurosi, conquistatori. Non è una via, è un simbolo.

Capisco, dice lei, allora ancora un post su come l'urbanistica si piega alla politica, cose così. No, no. Le tempie si fanno sentire sempre, l'aria odora di nafta e acqua stagnante, insomma l'odore del canale che il vento molto faticosamente tira sin qua. No. Sai cosa disse de Rudinì, il presidente del Consiglio, quando seppe che Cecchi era stato ammazzato. Ovviamente non lo sa, la domanda era retorica, quindi continuo: caduti nel fare un'escursione nè imposta, nè autorizzata dal governo. Cercarono di farla passare per una battuta di caccia. Bello stronzo mi fa lei. Va capito, avevamo appena preso in testa la battaglia di Adua che aveva fatto cadere il governo precedente. Lei guarda lo stradone, non ha l'aria di essere molto impressionata dalla realpolitik di fine Ottocento.

E dopo? Dopo più di quarant'anni di oblio. La nostra avventura africana portava sfiga, guai a nominarla. Tutti silenziosi, Cecchi mai esistito. Fino a che ti arriva il fascismo. E per il fascismo Cecchi era perfetto. Colonialista ante-litteram, avventuroso, coraggioso, spregiudicato. E poi il fascino della bella morte, mi fa lei, che capisce più in fretta di quanto io non spieghi. Ecco, un eroe, anzi, un'icona. Infatti il Partito ogni anno ti organizza una bella commemorazione su questa strada qua. Larga, adatta alle parate, con il podestà ed il vescovo, la corona di fiori, guardare al futuro, il nostro spazio vitale, la razza superiore. I pesaresi a far spintoni per essere in prima fila ad applaudire. Per farsi vedere in prima fila ad applaudire. La via è diventata adatta alle parate. Una quindicina d'anni di gloria. Nel '44 no, nessuna parata, avevano altro a cui pensare, la città semivuota, la linea Gotica. Il mio mal di testa si muove come un gatto, in certi momenti lo perdo quasi di vista. Una signora dal quarto piano ci guarda che parliamo animatamente seduti sulle biciclette, fermi.

Ripartiamo, le faccio, pensando alla signora. E mentre ci alziamo sui pedali le chiedo. Secondo te un'icona fascista che destino poteva avere durante gli anni del PCI? Non è difficile questa. Oblio. Di nuovo, il pendolo della storia.

Parli di questo, allora, mmmhh mugugno. E che c'è di strano, dice lei. Non so, forse nulla. E' nella mia testa. Che un uomo resti per cent'anni dopo la sua morte in balia dell'ideologia. Lei guarda davanti, io pure. Sopporto l'idea della morte decapitato, delle mogli lontane, i figli in collegio, ma cazzo sfruttato per far propaganda anche da morto. Lei ride; anche se tu non ti occupi di politica la politica si occupa di te. Ha le idee più chiare. Niente emicrania lei. Scendiamo dalla bici. A me sembra una morte asfittica, 

Siamo arrivati alla chiesa del porto. Il mal di testa mi martella ancora. Si avvicina sorridendo un negro e lei sorride, sapeva che avrebbe scelto me. "Ciao amico" mi fa e "no, ciao, no" gli rispondo io con un sorriso malfermo. "Io vende libro, amico", mi fa sorridendo e tirando fuori un volumetto dalla copertina colorata, "solo dieci euro". 'Sti cazzi mi dico pensando ai libri che avrei voglia di leggere, non siamo tutti schiavi di qualcuno? Non ho la forza; "vieni dalla Somalia?" gli chiedo, "si amico" con l'aria di chi non ha capito. Sorride ancora: "compra libro" mi mette una mano sulla spalla "dai, è bello un bel po' ".

3/3

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